di Madre Eleonora, Carmelitane di Sassuolo
“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore” (Gv 14,2): è la prima citazione biblica con cui Teresa comincia la sua opera più celebre, il Castello interiore (I Mansioni 1,1), quel palazzo di tesissimo cristallo che è l’uomo, fatto di milioni di stanze, che si intersecano come in un labirinto sopra e sotto, da ogni lato, fino alla dimora più segreta e centrale, quella in cui abita il Re. Le “dimore” o stanze non sono un cammino consequenziale e lineare che l’anima percorre verso l’unione con Dio, ma costituiscono anzitutto sette modi di amare Dio. O meglio, livelli di profondità sempre maggiori, possibilità ulteriori per affinare e dilatare la capacità di amore, ad immagine e somiglianza della Fonte da cui questo amore proviene. L’opera Nata per Voi di Piero Pizzol dedicata alla santa spagnola rende davvero l’intento narrativo di Teresa che, ancora oggi come allora, scaturisce freschissimo dalla sua penna:
Di che volete che vi parli io
se non di come mi ha amata Dio?
Non so parlare altro che di questo
e il mio libro è stato solo Cristo.
Teresa, cosciente del peccato che l’ha lacerata per tanti anni tra cella e parlatorio, sa bene che l’amore di Dio è totalmente gratuito, traboccante: “Mi son stancata prima io di offenderlo che non Lui di perdonarmi!”, arriva a confessare nell’autobiografia (Vita 19,15). È tale coscienza ad innescare in lei il desiderio di arrendersi a questo Dio il cui amore non si lascia vincere da nulla. E la via è aperta a tutti, l’unica condizione è voler entrare nel castello, perché spesso, come lei stessa dice, non sono pochi quelli che si abituano a stare di casa non dentro ma fuori, in cantina o sugli spalti, nell’apparenza e sulla superficie della vita. Teresa lo sapeva bene, lei che ha vissuto in monastero per vent’anni come in un matrimonio non consumato…
La porta del castello è la preghiera
basta bussare e si aprirà da sola.
Di stanza in stanza va sempre più dentro
la strada che conduce al centro.
La sorpresa più grande è che nel cuore
di noi non c’è ombra di male:
non c’è buio, rabbia, né dolore,
ma il silenzio dolcissimo del Sole.
Nella settima stanza Dio ci attende
come un Amante fedele, è lì da sempre
conosce tutto di noi, sa ciò che siamo
e gli basta solo che lo amiamo.
La prima figura biblica incontrata nel Castello nelle “Seconde Dimore” è quella del figlio prodigo: “Chi preferisce imitare il figlio prodigo, pascendosi con il cibo dei porci, quando in casa sua ha tutto quello che gli occorre, quando soprattutto ha un Ospite così grande che lo mette in possesso di ogni sorta di beni solo che lo voglia? Buone ragioni sono queste per poter vincere il demonio” (II Mansioni 4). Grande stima aveva Teresa per S. Ignazio che nei suoi Esercizi ricordava l’importanza di “sentire e gustare le cose internamente”! Senza il gusto delle cose di Dio, non c’è in fondo ragione per lasciare quelle del mondo.
Nelle “Terze Dimore” Teresa fa riferimento giovane ricco. “Veniamo ora a queste anime così ben regolate, osserviamo cosa fanno per Dio e vedremo subito che non c’è motivo di lamentarci di Lui. Se quando ci dice quello che dobbiamo fare per essere perfette, noi gli volgiamo le spalle e ce ne andiamo con tristezza, come il giovane del Vangelo, cosa volete che faccia, dato che ci deve premiare a seconda dell’amore che gli portiamo?” (III Mansioni 1,7).
Le “Quarte Dimore” sono quelle del passaggio, dove Dio comincia ad allargare il cuore dell’orante, secondo il versetto del Salmo 118 citato da Teresa: “Hai dilatato il mio cuore”, concentrandolo e radunandolo tra le sue braccia, senza che si disperda in altri amori: è la preghiera di raccoglimento che permette di cominciare ad amare al modo di Dio.
Nelle “Quinte Dimore” comincia il processo pasquale di metamorfosi/trasfigurazione dall’uomo vecchio all’uomo nuovo: Teresa si serve del paragone del baco da seta, citando Col 3,3-4: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio”. Cristo è il bozzolo che il bruco/anima tesse come la sua casa, in cui si rinchiude e muore, da cui rinasce una farfallina bianca, segno della risurrezione avvenuta. Ordinariamente, sembra dire Teresa, il Signore ci salva proprio attraverso quelle morti che vorremmo evitare, mentre a poco a poco Egli diventa l’unico spazio amato della nostra vita. “Ciò che alla fine importa è l’essere trovato in Cristo”, scriveva sant’Ignazio di Antiochia.
Non a caso nelle “Seste Dimore” incontriamo la sposa del Cantico: “Che cos’è che ci distrae dal cercare questo Signore, come la sposa per le vie e per le piazze?” (VI Mansioni 4,10). Anche Teresa come molti mistici attinge al tema della nuzialità: Dio è fedele in modo irreversibile anche quando l’uomo non lo è, proprio in virtù dell’alleanza sigillata nel sangue del suo Figlio. Queste sono le dimore nel fidanzamento, ma anche della grande prova prima delle nozze in cui l’anima (e il corpo!) attraversano tribolazioni di ogni tipo: è la partecipazione al passaggio pasquale del Signore.
E infine le “Settime Dimore” incorniciano la citazione di Gv 14,23: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. “Lo stupore dell’anima va ogni giorno aumentando, perché le pare che le tre divine Persone non l’abbandonino più” (VII Mansioni 1,7). Qui le nozze sono davvero consumate e paradossalmente anche i fenomeni mistici cessano, proprio come sarà per Teresa alla fine della vita, coronata da incombenze sfibranti di ogni genere, ma vissute in comunione con Colui che è Vita della vita.
Eleonora Andreoli
Visualizzazioni: 165