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Vocazioni dell’ultima ora: un problema?

di Madre Maria Francesca Righi  

 

In molti cominciamo a interrogarci sull’argomento “vocazioni adulte”; certamente diverse sono le situazioni e le esperienze, diversa la possibilità delle singole comunità di integrare nel proprio interno, dando loro una reale formazione, questo tipo di vocazioni.

Volentieri riportiamo, come spunto per la riflessione, questo sermone in Capitolo di una Badessa in occasione di una professione semplice.

 

Una volta ascesi tutti questi gradi dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta, scaccia il timore; per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all’abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; in altre parole non più per timore dell’inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù. RB,7

 

Cara Elisabetta,

Cominciamo oggi con la Diocesi l’anno dedicato all’eucarestia, rilettura del nostro vescovo dell’invito del Papa a dedicare l’anno alla preghiera; e il primo gesto di questo nuovo anno è la tua piccola, nascosta, semplice professione. Il brano della Regola che hai scelto fa pensare: parti dalla fine…potrebbe essere il segno di…presunzione come dire: “sono arrivata” o potrebbe essere segno di sapienza e cioè il porsi davanti agli occhi la meta. L’uomo che non ha mèta non cammina, l’uomo che si crede immortale infatti non ha mèta, e la sua vita (la vita dell’uomo della cultura contemporanea) si appiattisce all’oggi. Chi ha una mèta cui tendere ha anche un senso … E sa da dove viene e dove va.

Ora, casualmente, la liturgia di questa XXV Domenica del Tempo Ordinario di cosa parla? Degli operai dell’ultima ora. Mi pare vada proprio bene. Sei o no un’operaia dell’undicesima ora? Allora una piccola parola su questo:

La logica del Regno non prevede una prerogativa qualsiasi accordata a chi è venuto prima nella strada dell’obbedienza; conta solo l’accettazione della chiamata di Dio, qualsiasi ne sia il momento, perché l’uomo può contare su una generosità senza limiti. Il contesto letterario in cui questa parabola è oggi collocata nel vangelo rifiuta l’idea di un privilegio di anzianità…Si può pensare che è servita molto presto a un’applicazione in una chiesa in cui convivevano fedeli della prima ora e nuovi convertiti giudei o pagani. Tuttavia dobbiamo lasciarci interrogare in profondità: Di fatto abbiamo una reazione per cui istintivamente ci mettiamo dalla parte degli operai “defraudati”. Questo non è in sintonia con il Vangelo. Bisogna allora scavare più a fondo per capire dove ci vuole condurre. Certo un’altra giustizia. Ma non è come dirlo, quando hai lavorato per tutta la giornata e la stessa paga è data a quello che per tutta la giornata ha oziato bellamente sulla pizza giocherellando a carte con gli amici…

Ora questa parola vale per te che arrivi all’ultima ora e vale per noi che potremmo dire: siamo qui dalla prima e arriva questa e prende tutto…come noi! I padri lo leggono come il popolo dei pagani che arrivato all’ultima ora riceve tutta l’eredità che gli altri avevano disprezzato… non voglio fermarmi su questo, ma questa è una parola per te e per noi. E te lo dico con il commento di Bernardo:

Che cosa borbotti? Il mio diritto è la volontà del giudice. Che cosa più giusta per il merito, o più ricca per il premio? E non può egli fare ciò che vuole? Con me si usa misericordia, ma a te non si fa torto. Prendi quello che è tuo e vattene (Mt 20,14). Se ha deciso di salvare me, perché tu mi vuoi perduto? Aumenta quanto vuoi i meriti, moltiplica i sudori: la misericordia del Signore vale più della vita. Lo ammetto, non ho portato il peso del giorno e del caldo; ma per il beneplacito del padre di famiglia, porto un giogo soave e un peso leggero. Il mio lavoro è appena di un’ora; e se è di più, per l’amore non lo sento. Il forte eserciti le sue forze; a me piace sperimentare quale sia la volontà di Dio, buona, gradevole, perfetta. Per essa mi risarcisco per quanto mi manca, riguardo al lavoro e al tempo. Il Giudeo si appoggia al patto stipulato, io conto sulla benevolenza della volontà; credo, e non mi verrà imputato a insipienza, poiché nella sua volontà è la vita. Essa mi riconcilia con il Padre, essa mi restituisce l’eredità, e con una grazia più abbondante, mi fa provare le ben note gioie della sinfonia, del canto e del banchetto, e dell’esultanza di tutta la famiglia. (Bernardo SC 14,3)

Tu scegli questa, quasi ultima, sequenza del capitolo centrale della Regola…

Ho scelto questi versetti alla fine del Capitolo 7 della Regola sull’ultimo gradino dell’umiltà, perché parlano della possibilità di vivere l’amore perfetto, quello che finalmente scaccia ogni timore….

A monte di questo, c’era il mio desiderio e forse anche un vero e proprio bisogno di riflettere sulla parola UMILTA’. Virtù evocata e raccomandata in quasi tutti i Capitoli della Regola, nonché uno dei principi fondamentali della vita comunitaria in cui sto per fare ingresso ufficiale.

Poi dopo aver ben detto la difficoltà per la mentalità mondana di apprezzare l’umiltà, che anzi viene censurata e derisa e riconosci che questa mentalità ti si è anche un po’ appicciata: Eviteresti l’umiltà, per paura di sbagliare …

Per parte mia rispetto al testo della Regola che hai scelto aggiungo, di mia autorità, un altro versetto e cioè il 70. Perché la bellezza di questa sottosezione è proprio che vi si vede la Trinità all’opera e non mettere quel versetto sarebbe come escludere lo Spirito Santo che è il …capomastro dell’intera opera:

Una volta ascesi tutti questi gradi dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta, scaccia il timore; per mezzo di essa tutto quello che prima osservava con una certa paura comincerà allora a custodirlo senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all’abitudine, non più per timore dell’inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù. Sono questi i frutti che, per opera dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere manifesti nel suo servo, purificato ormai dai vizi e dai peccati.

Ognuna delle tre sottosezioni fa riferimento a una delle tre persone della Trinità: il Padre («carità di Dio», 67b), il Figlio («per amore di Cristo», 69b), lo Spirito Santo (70c). Al centro, la menzione delle osservanze da custodire (68b), in altre parole la messa in pratica dei comandamenti, è un modo discreto ma molto reale per riaffermare il posto essenziale dell’obbedienza.

Ma ascoltiamo una delle nostre madri.

La vera moralità comincia quando la critica, che in sé è una dinamica anche sana, interiorizzata e oggettivata dall’umiltà, coincide con la percezione anche delle nostre mancanze, del nostro limite, del nostro stesso fallimento. Quando la colpa non è solo degli altri, ma principalmente nostra, e comunque ci coinvolge direttamente. Da questo momento il giudizio critico è volto all’interno della propria coscienza. L’uomo diventa tollerante, magnanimo, capace di capire il diverso e di imparare anche dalla povertà altrui. Ma tutto ciò diventa anche dolore più acuto dell’esistenza, poiché l’uomo deve sostenere l’autocritica di sé e volere il processo della sua conversione. Si tratta appunto della rottura di ogni bozzolo difensivo, della rinuncia di sé. San Benedetto ha una percezione così acuta di questo dolore esistenziale, che fa del capitolo dell’umiltà il cuore della sua Regola, e … bisogna lottare, per vivere, contro la superbia e la ribellione, contro il rifiuto e la fuga, contro la paura del dolore e della morte, attraverso le armi precise dell’umiltà (verità di sé stessi e degli altri, coscienza del proprio limite e del proprio peccato, liberazione dalla presunzione e dalla vanagloria) e dell’obbedienza (che è la concretezza della sequela di Cristo, la vittoria sulla resistenza dell’uomo a Dio, la liberazione dalla volontà propria). (Madre Cristiana Piccardo)

Per te e per noi, chiediamoci ancora: che cos’è la nostra giovinezza?

La giovinezza: Siamo pazzi? SI, lo siamo

Qui, chi più ama più corra: qui è la fatica, qui è l’opera. Fatica di grandi sudori, opera di grandi fatiche. Soprattutto quando l’amore compie ciò che compie essendo ancora cieco, e ancora non sa di dove viene e dove va, e opera con la sua affettività come un cieco con le mani: questi opera con esse senza però vedere le mani con cui opera né l’operazione che realizza. E come uno che vede istruisce in un lavoro colui che non vede, e lo porta con sé, lo fa curvare e raddrizzare, lo spinge ad organizzarsi, guidandolo piuttosto all’uso pratico che alla teoria dell’operazione intrapresa, allo stesso modo l’amore ancora cieco, attraverso tutti i mezzi di cui si è detto, è formato dal di fuori a una certa bellezza di vita e di costumi. E quando la sostanza dell’uomo interiore, resa duttile dal lungo esercizio della disciplina, sarà in grado di essere formata e plasmata secondo quello stampo, allora essa opererà un frutto pacatissimo di salvezza; allora in realtà, e non in apparenza, percepirà l’utilità di questi strumenti e di altri simili.

Qui è l’inizio ma già all’inizio c’è il pregustare la fine: Da questo punto il volto delle cose comincia ad apparirgli ormai in modo nuovo; … il volto interiore dell’uomo nuovo si rinnova di giorno in giorno e si scopre fino a riflettere come in uno specchio la bellezza di Dio. (Guglielmo di St. Thierry – La natura e la grandezza dell’Amore)

E l’anzianità allora? Alla quale dice Guglielmo: Occorre dare il rispetto che merita

E questo è il gusto che lo spirito di intelligenza ci fa provare in Cristo: l’intelligenza delle Scritture e dei misteri di Dio. Per cui quando il Signore apparve ai discepoli dopo la sua risurrezione l’evangelista dice che «allora aprì lo ro il senso all’intelligenza delle Scritture». 2. Si tratta di cominciare non solo ad avere l’intelligenza, ma anche per così dire a palpare e toccare con quella sorta di mano che è l’esperienza il senso interiore delle Scritture e la potenza dei misteri e dei segreti di Dio. Ciò non avviene se non attraverso un senso della coscienza, un apprendimento dato da un’esperienza in grado di comprendere, più ancora, di leggere entro se stessa e di sentire la bontà e la potenza di Dio che l’azione della grazia opera in bontà sovrana con potenza efficace nei figli della grazia.

Allora finalmente la sapienza compie ciò che è suo; allora essa istruisce su ogni cosa mediante la sua unzione quanti giudica degni; allora dà impronta e forma a tutto ciò che è nostro, pacificato ormai e ingentilito da quest’unzione, ponendovi il sigillo della bontà di Dio. E se trova qualcosa di duro o di rigido lo schiaccia e lo spezza, finché l’anima santa, ricevuta la gioia della salvezza di Dio e sostenuta dallo spirito sovrano della sapienza, lieta canti a Dio: «È impressa su di noi, Signore, la luce del tuo volto. Hai messo gioia nel mio cuore». In tal senso il Signore ha detto: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (G. di St.Th. op cit)

Ecco la misura della giovinezza e della anzianità: non diritti acquisiti o pretese di rispetto o altro, ma capacità di mettersi alla scuola e aver appreso la sapienza delle scritture e della tradizione.

Sei veramente disposta ad abbracciare la nostra vita?

 

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Pubblicato il Riflessioni, Testimonianze, Vita consacrata

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