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Vocazioni/Discernimento/Perseveranza/Valori monastici

Di M. Liliana Schiano, monaca di Vitorchiano, fondatrice in Quilvo (Cile) dove ha svolto per molti anni il compito di madre maestra, inviata ancora in fondazione in Boa Vista (Brasile) come superiora

Mi è stata chiesta una piccola riflessione di 15 minuti. Parlerò un po’ della mia esperienza, per poter aprire il dialogo.

Vocazioni

Ripeto cose dette tante volte, che però sono la nostra realtà. I giovani vengono da un mondo senza fede, che pone al centro dell’universo la persona, il suo essere stimata, il suo successo. Un mondo di rumore, fatto di bugie e di apparenze. Un mondo che non offre consistenza, che genera paure, complessi, che mette la persona perennemente in confronto con tutto e tutti, in una lotta infinita per il potere e che lascia la sua vera identità di figlio di Dio sempre più fragile.

Per chi arriva, nel silenzio del monastero viene immediatamente a galla la verità di se stesso. Potersi mettere di fronte a questa verità ferita, schiacciata e totalmente sconosciuta dalla persona stessa è la pietra d’inciampo che deciderà subito della fuga del giovane, o dopo l’esperienza fatta, o nel corso delle varie tappe di formazione, oppure della possibilità di rimanere e di percorrere la via dell’umiltà, che dilata il cuore della persona e la libera per amare e donarsi a Dio e alla Chiesa.

La chiamata alla nostra vita è una chiamata a vivere nella propria nuda verità davanti a Dio, per vivere della sua infinita misericordia verso la miseria umana. Chi ascolta la voce di Dio nel profondo del suo cuore e riconosce in essa la promessa della pienezza di vita e di felicità da sempre desiderate, affronterà il tremendo dolore dell’auto-disillusione, della vergogna di rimanere senza maschera davanti a tutti, della morte del personaggio che ha così faticosamente costruito nei suoi pochi o molti anni di vita, di non avere più in mano tutte le sicurezze e lasciare il controllo umano, per consegnarsi a un altro, e in questo modo all’Altro, perché vuole vivere.

Discernimento

Il discernimento esige tutto il nostro coraggio e onestà, data la piccolezza e fragilità delle nostre comunità, per le quali abbiamo, oggi più che mai, bisogno di membri giovani e validi.

Discernere una vera vocazione è fare insieme con il giovane un cammino di conoscenza di se stesso, per poter rispondere alla chiamata del Signore a cercarlo sopra ogni cosa. Il nostro compito consiste nel non cessare mai di mostrare la verità, che si fa strada attraverso ogni genere di problematiche che emergono, un po’ alla volta, quali:

  • La diffidenza nelle relazioni con un gruppo che non si conosce.
  • La paura di essere rifiutato, se mi conoscono così come sono.
  • La paura di misurarsi col dolore della propria storia.
  • L’attaccamento alla famiglia e ai beni del mondo.
  • La scoperta di quella lotta di classe e addirittura di razzismo, che ci portiamo dentro e che è di origine culturale, sociale e familiare, e che ci impedisce di accogliere l’altro.
  • La resistenza all’apertura.
  • Il lasciare il mondo dei sogni per trovarsi di fronte alla realtà così come è.
  • La sfida di abbracciare la propria povertà e quella della comunità senza scandalizzarcene, ma piuttosto come la vera grazia che rende possibile l’unione con Cristo.
  • Per quelli, numerosi, che oggi vengono da qualsiasi – sottolineo, qualsiasi – tipo di esperienza distorta, amorale e peccaminosa, la sfida di tornare a credere nella bontà della creatura umana, amata da Dio, e lasciarsi ricostruire da zero.
  • Il riconoscere la superbia esistenziale che non permette di cominciare il cammino dell’umiltà indicato dal Vangelo.
  • Credere nell’obbedienza come amore e via all’amore, quando le esperienze di obbedienza fatte nel mondo, in famiglia e nella società sono negative e violente e ci portiamo dentro un’autonomia che rasenta l’anarchia.

Perseveranza

Una chiarezza sulla vocazione di una persona può essere raggiunta in qualsiasi momento del cammino formativo, a seconda dei problemi più o meno complessi incontrati, e dobbiamo ammettere che molte volte, dopo aver rischiato il cento per cento con la persona e per la persona, si arriva a vedere chiaramente solo dopo la Professione Solenne, quando la persona purtroppo dovrà partire.

Che cosa, alla fin fine, determina una perseveranza? Il cammino fatto insieme alla comunità:

  • Se nel noviziato la persona è giunta a fare esperienza di rinascere per Cristo e di sapersi figlia della casa.
  • Se nel monasticato ha potuto imparare a servire con libertà, umiltà e gratitudine e a entrare in relazione con ogni sorella.
  • Se la Professione Solenne è stata realmente uno sposare queste sorelle, Corpo di Cristo, così come sono, e sa che la misericordia ricevuta da Cristo e dalla Chiesa la costituisce come nuova creatura, figlia di Dio e della Chiesa, in questa concreta Chiesa monastica.
  • Se dopo la Professione, è stata sufficientemente accompagnata nell’assumere questa nuova tappa della vita, che si sperimenta come un ricominciare da zero, un nuovo punto di partenza e non di arrivo, come può succedere di immaginarsi prima.

Le nostre personali esperienze di tante uscite:

  • Limiti psicologici
  • Indecisione
  • Mancanza di coraggio nell’affrontare la fragilità della propria persona e della propria storia e, quindi, rinunciare,
  • La vita monastica concepita come un sogno non corrispondente alla realtà della propria persona.

In Brasile abbiamo avuto poche vocazioni. La vita contemplativa femminile è, per antonomasia il Carmelo. E tante giovani vengono da esperienze in Carmelo.

Tutte quelle che sono uscite dalla nostra comunità, salvo alcune eccezioni, rimangono in riconoscente contatto con il monastero. Le uscite della novizia e della giovane professa, che sono state le più dure per la comunità, sono avvenute per nostra iniziativa e non per la loro.

Valori monastici  

L’obbedienza, l’umiltà, la separazione dal mondo, una vita semplice e senza pretese, il lavoro manuale, la conoscenza di sé, sono sfide tremende per il giovane d’oggi, dico un’eresia, quasi dei contro-valori, rispetto alle ideologie del mondo attuale. Possiamo aspettare il giovane per tutto il tempo necessario, possiamo dare tutto l’aiuto possibile, dobbiamo vivere la misericordia che discerne lucidamente ciò che ognuno può dare, ma non possiamo rinunciarvi.

La sfida per noi è vivere i valori che identificano la nostra vita in modo tale che i giovani ci vedano come persone felici che hanno raggiunto la libertà di vivere e di appartenere totalmente al Signore, proprio grazie a questi mezzi.

Ciò che incanta, ciò che sorprende un giovane che arriva, è vedere una comunità unita, che, nella verità della povertà di ciascuno dei suoi membri, persegue un cammino forte e chiaro di sequela del Signore, riconoscendosi in una tradizione di vita, ricevuta dall’Ordine e dalla propria casa madre. I giovani senza radici, spesso senza famiglia, senza una vera formazione umana e religiosa, intuiscono che il cammino della vita sta nell’appartenenza a una Chiesa viva, che li genera attraverso la paternità di Dio.

Domande che possono aiutare 

  • Prendiamo a cuore fino in fondo il nostro compito formativo, che significa dare la nostra vita, come formatori e come comunità, affinché i giovani vivano?
  • Abbiamo la pazienza di lasciare che la persona cammini con il suo ritmo e i suoi tempi, che molte volte sono una sfida estrema, sperando contro ogni speranza, oppure quando arriva un giovane, ciò che vediamo di più sono i difetti che ci irritano o spaventano e lo vorremmo già bello e pronto prima di entrare… oppure tante altre volte scarichiamo sullo psicologo una responsabilità che è soltanto nostra?
  • Offriamo un accompagnamento sufficiente, come comunità formatrice, ai giovani professi solenni?
  • Abbiamo il coraggio di mandar via qualcuno, quando realmente non va, oppure chiudiamo gli occhi per non vedere?
  • C’è dialogo e collaborazione a sufficienza tra il consiglio pastorale e tutta la comunità, nel discernimento vocazionale di una persona?
  • Siamo in grado di attingere alla tradizione del nostro Ordine, che ha una così bella complementarità tra i due rami, per aiutare a capire quanto l’ideologia di genere sia fuori dalla realtà?

 

Dalla riunione brasiliana della REMILA-OCSO

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