Non ci sono più vocazioni? Ci sono, e come. Dio plasma ancora l’uomo a propria immagine e non cessa di chiamarlo con amore infinito, per tutte le vie possibili, a sé.
Ma come può questa gioventù disorientata arrivare in monastero? In effetti più spesso arrivano persone adulte e più che adulte, che hanno attraversato le mille tempeste della vita. Non vorremmo chiuderci (compatibilmente con le possibilità reali delle comunità) alle vocazioni adulte ma nemmeno ignorare le generazioni Zeta.
In una fondazione in Africa, si sa bene che le giovani non sono preparate e che l’anno seguente già si troveranno con un bambino legato sulla schiena. Le diverse comunità si sono organizzate per fare un lavoro di accostamento previo, nei modi suggeriti dalla situazione. Per cominciare a riflettere su ciò che può essere chiesto a noi, ascoltiamo delle esperienze che possano illuminarci.
L’esperienza di una insegnante
Nelle scuole lombarde e soprattutto in alcune città ci troviamo di fronte a una sfida enorme. Mantenere l’identità cristiana nel rispetto delle diverse culture di provenienza, nazionalità e religione professata e testimoniare in modo concreto la nostra Fede ai colleghi e agli alunni.
In questo contesto multiculturale e multireligioso insegnare sta diventando apparentemente una mission impossible. In alcuni momenti sembra non solo di remare perennemente controcorrente ma di non riuscire a risalire la corrente.
In realtà non è così e me lo hanno fatto capire i ragazzi.
Più volte gli alunni mi hanno detto: Prof. con lei stiamo bene, ci divertiamo (quasi fosse una rarità imparare divertendosi) lei è diversa.” Questo soprattutto da studenti di religione Musulmana. Più volte mi sono domandata in cosa consistesse per loro questa diversità.
La risposta credo stia nel come cerco di relazionarmi con ogni singolo alunno. Nelle due ore settimanali in cui ci incontriamo in palestra cerco di mettere sempre loro al centro della mia attenzione per farli sentire importanti valorizzando la loro persona, i loro tratti positivi e i talenti al di là del risultato didattico raggiunto dai singoli. Mi sta a cuore il loro Bene inteso in senso ampio, mi interesso di quello che fanno nel pomeriggio, delle loro passioni, li avvicino in cortile. Insomma cerco di entrare nel loro mondo che altro non è che il farsi prossimo evangelico. Arriva il momento in cui sono loro a cercare me, semplicemente hanno imparato a fidarsi.
Non sempre ci riesco, non sempre sono al top, non sempre sono “sul pezzo” come dicono loro ma sono perfettamente in grado di capire che tengo veramente a loro. E questo per loro fa la differenza.
È questa la differenza cristiana, mettere continuamente al centro l’altro così com’è senza pregiudizi e preconcetti cogliendo il buono e il bello che porta in sé.
Ai ragazzi dò sempre feedback positivi quando migliorano e si comportano bene ma sono altrettanto severa e intransigente quando sbagliano o quando si relazionano in modo negativo tra loro e con me.
Nel tempo imparano che il rispetto delle regole e dei compagni crea un clima di collaborazione e di bene costruttivo; che con la fatica e l’impegno ottengono risultati, che sbagliando si impara, che quando si cade possiamo rialzarci.
Non per tutti è così, c’è chi è ribelle, oppositivo o semplicemente non educato al bene; con loro bisogna avere una dose di pazienza e fantasia in più.
Un anno ho avuto un ragazzo fortemente a rischio, aveva già avuto problemi di spaccio in città, a volte veniva a scuola, a volte no; nella mia materia era sempre presente. A volte lo portavo con me insieme ad altri compagni a gonfiare i palloni e a sistemare gli attrezzi.
Poi un giorno in classe ho preparato una lezione sulla prevenzione della salute parlando degli effetti nocivi di droghe, alcol e fumo e delle conseguenze legali ed etiche di tali azioni.
Non l’ho mai guardato di proposito affinché non si sentisse chiamato in causa sperando che qualche parola risuonasse e riuscisse a sedimentare nel suo cuore prima o poi.
Sono arrivati gli esami di terza e ci siamo salutati. Un anno dopo l’ho rivisto nel centro della mia città, ci siamo guardati e riconosciuti, lui mi ha sorriso con uno sguardo finalmente limpido e trasparente un po’ complice e mi sono commossa, mi è passato in fianco continuando a sorridere ed è andato via senza dire una parola perché era con un gruppo di amici.
Ho ringraziato il Signore per quel sorriso e quello sguardo perché ho capito che aveva cambiato strada
Vedo ogni giorno povertà di ogni genere materiali, culturali, educative; adolescenti molto soli, poco seguiti.
Quest’anno agli esami di terza allo scritto di lingue mancava un’alunna, nessuno rispondeva ai telefoni di riferimento. Ho preso la macchina e sono andata a suonare il campanello di casa sua.
Ha risposto lei tutta agitata: prof. non ho sentito la sveglia.
Nessuno si era premurato di svegliarla, di accompagnarla, di verificare che si svegliasse.
Alla maggior parte dei miei alunni è chiesto di crescere da soli per strada senza qualcuno che si prenda cura veramente di loro e che cammini con loro.
Il contesto sociale e culturale attuale, lo sappiamo, non aiuta.
Cosa si può fare affinché a partire da tutto questo i ragazzi possano orientarsi al Bene?
Farli sentire accolti, rispettati, compresi, amati, perdonati e contemporaneamente mostrare loro che di alcuni adulti si possono fidare e quindi vale la pena ascoltare i loro consigli nonché riflettere sui rimproveri.
Non c’è un’altra via e ovviamente non è così semplice concretizzare ogni giorno, ogni lezione, per tutti l’anno scolastico tutto questo e non sempre si riesce, ma vale la pena provarci perché i risultati educativi e didattici prima o poi arrivano.
Magari noi a volte non li vediamo, magari i frutti matureranno quando le nostre strade si divideranno. L’importante è seminare.
Della prof.ssa Metilde
Penso che sarebbe molto importante anche per noi cominciare a riflettere, specialmente su questa frase:
“È questa la differenza cristiana, mettere continuamente al centro l’altro così com’è senza pregiudizi e preconcetti cogliendo il buono e il bello che porta in sé.”
È questa? Si potrebbe cominciare all’interno della comunità.
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