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Voce di un Vescovo monaco

Si stanno svolgendo, in ripresa dopo la pandemia, i Capitoli, o incontri, delle diverse Congregazioni monastiche. É in corso ad Assisi, dall’1 al 24 settembre, il Capitolo Generale degli abati e badesse Cistercensi OCSO, poco meno di 160 case in tutto il mondo. Un momento solenne, dopo la forzata sosta, un momento di profonda presa di coscienza e decisione.

Una luce su questa presa di coscienza viene da una fonte insieme esterna e interna: il vescovo di Trondheim, già abate dell’abbazia Cistercense inglese di Mount st. Bernard ha scritto questa preziosa lettera agli abati riuniti ad Assisi.

Sono parole ricche di spunti di riflessione per noi tutti, monaci e monache.

(La traduzione dal francese è nostra, la lettera è stata pubblicata anche sul sito di Mons Erik Varden.)

Lettera al Capitolo Generale

1° settembre 2022

Care Reverende Madri, Cari Reverendi Padri,

Nel corso degli ultimi due anni ho fatto riferimento a un libro scritto da Stephen Lloyd-Moffet intitolato Beauty for Ashes [Al posto delle ceneri la bellezza]. In esso l’autore racconta la vita del vescovo Meletios Kalamaras, nato nel 1933, diventato monaco all’età di ventuno anni. Nominato Segretario del Santo Sinodo, si trasferì ad Atene nel 1968. Attorno a lui si riunirono giovani che aspiravano a un rinnovamento della Chiesa e a una vita monastica radicale. Nacque una comunità. Nel 1979 Fratel Meletios si recò con un gruppo di dodici persone al Monte Athos. La loro intenzione era quella di stabilirsi lì, ma il progetto non andò in porto: Melezio venne nominato Vescovo di Preveza, vicino all’antica Nikopolis. Assunse l’episcopato pur rimanendo pienamente un monaco. Al suo arrivo, la diocesi fu immersa in uno scandalo. Con il passare del tempo, è avvenuta una trasformazione, come suggerisce il titolo del libro. Questo parla al nostro cuore. Infatti, chi non ha mai provato l’esperienza di vedere qualcosa di caro ridotto in cenere, e poi sperare che, in qualche modo, una nuova bellezza possa risorgere dalle ceneri, come la Fenice? Come si è mosso Meletios? Dare una risposta esaustiva richiederebbe troppo tempo. Mi limiterò a dare una chiave di lettura che è alla base di tutto il resto. «La Chiesa – ha insistito Meletios – è un mistero divino e deve essere compreso come tale. Quando l’elemento umano prevale sul divino, la Chiesa non fiorisce». «L’antropocentrismo – ha scritto nel 2001 – uccide la Chiesa e la sua vita».

Sono parole dure, ma sono parole che abbiamo bisogno di sentire, perché viviamo in un mondo egocentrico. Non voglio dire che il nostro mondo sia più meschino o vanitoso di un tempo, ma che è diventato così distante da qualsiasi nozione di trascendenza che l’unico riferimento che ha per le questioni esistenziali è soggettivo.

Non si tratta solo di una tendenza del mondo secolare. Lo possiamo osservare anche nella Chiesa. Il più delle volte questa tendenza parte da una buona intenzione. Per esempio, di recente mi sono trovato di fronte a una nuova traduzione del Salterio liturgico in lingua vernacolare. Il pronome maschile singolare di terza persona – egli – è stato praticamente eliminato e sostituito da forme inclusive o dalla seconda persona – tu –, come se il testo fosse rivolto alla persona che lo recita. Ci si potrebbe chiedere: non è forse ammirevole poter superare i pregiudizi di genere in questo modo, per permettere a tutti, donne e uomini, di riconoscersi nel testo sacro? Sì, certamente, se è noi stessi che stiamo cercando. Per le nostre Madri e i nostri Padri nella fede non è stato così. Quello che cercavano nel Salterio non era il loro riflesso, ma l’immagine di Cristo, Nostro Signore. Attraverso modifiche come quelle che ho appena citato, questa immagine si riduce a un palinsesto su cui viene impressa l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Questo esempio banale è sintomatico di una tendenza notevole nella vita del nostro Ordine. Gli ultimi cinque o sei decenni sono stati segnati da audaci adattamenti. Con il vento della Gaudium et Spes che soffiava nelle sue vele, l’Ordine è entrato a pieno titolo nell’era post-conciliare. Gli sforzi di adattamento sono stati notevoli. Alcune belle iniziative sono state realizzate. Alcune cose preziose sono state gettate a mare. Il traffico marino in quel periodo era tale che è stato grande il rischio di essere trascinati dalla stessa corrente, a volte senza prestare attenzione alla Stella del mattino, che indica la fine del viaggio.

L’inculturazione è stata un’altra forma di adattamento. La consideriamo come qualcosa di esotico grazie allo sforzo dei missionari nelle zone remote per imparare nuove lingue e costumi. Questo è certamente un aspetto. Se intrapresa deliberatamente, questa inculturazione può dare abbondanti frutti di bene. Ma mi chiedo se siamo stati sufficientemente attenti a un’altra inculturazione, più insidiosa. Questa consiste nell’arrendersi gradualmente alla mentalità di un mondo per il quale Dio ha smesso di essere una nozione significativa. Un criterio di discernimento ci è stato dato da Madre Cristiana Piccardo che nel 1999 ha scritto:

L’inculturazione più significativa che ci viene chiesta è senza dubbio quella di rimanere fedeli al nostro carisma monastico, ascoltando con attenzione ciò che ci dice la Chiesa locale. Sì, inculturazione significa prestare attenzione alla ricchezza della vita e della cultura locale. Ma ancora più fondamentalmente, significa introdurre la novità del Vangelo nella cultura locale come lievito vivente e amante.

Tra gli strumenti delle opere buone, San Benedetto ci dà questo: saeculi actibus se facere alienum: «Rendersi estranei agli affari del mondo». Viviamo così?

La mia vita monastica è stata segnata anche da un altro adattamento successivo. Apparentemente senza soluzione di continuità, come una melodia che cambia tonalità, il discorso del rinnovamento nell’Ordine è diventato un discorso sulla precarietà. La parola “precarietà” è stata per un certo tempo il nostro mantra di adattamento. Molti l’hanno accolta – questa è stata la mia impressione – come una parola di liberazione. Legittimava l’ammissione di preoccupazione e di stanchezza dopo un lungo periodo in cui ci si rassicurava reciprocamente che tutto andava sempre per il meglio. La “precarietà”, tuttavia, non indica una direzione da seguire. Descrive una sosta durante il viaggio. C’è il rischio che, invece di continuare il viaggio, ci si fermi definitivamente, mettendo nel cassetto la nostra tabella di marcia e trasformando i nostri noviziati in infermerie.

Questo atteggiamento porta facilmente a un quarto adattamento che chiamerei “adattamento al fascino del sonno”. Una volta, durante una visita canonica, chiesi a un monaco anziano se non fosse preoccupato per il fatto che erano passati anni senza che un solo novizio fosse rimasto. Mi guardò con stupore, come se la domanda che stavo ponendo fosse evidentemente stupida, e mi rispose: «Ma no! È così bello e tranquillo qui ora; posso concentrarmi sulla mia vita spirituale». In altri monasteri, su cui incombeva la prospettiva della chiusura, ho sentito spesso dire: «Non importa, basta che io possa morire qui!». All’inizio sono stato commosso da questa risposta, un’espressione, ho pensato, dell’amore cistercense per il luogo! Andando avanti, tuttavia, sono arrivato a vedere le cose in modo diverso. Questo stato d’animo, una volta generalizzato, porta il monastero a ripiegarsi su se stesso. Il monastero diventa così un monumento quasi trionfale all’estinzione attesa, una sorta di mausoleo anticipato che apparentemente testimonia la gloria passata, ma che incarna solo la rassegnazione.

Spesso si ritiene che ciò che mette la Chiesa in contrasto con la società contemporanea sia il suo insegnamento morale. Molti chiedono a gran voce un cambiamento in questo ambito. A prescindere dal merito di considerare quale potrebbe essere la risposta cattolica a problemi particolari, e magari a quelli nuovi che sorgono in campo etico – cosa che ogni epoca è chiamata a fare – ritengo che questa sia un’idea falsa. Non credo che lo skandalon principale sia quello etico. Penso che sia metafisico. La santità di Dio! Lo splendore della sua gloria manifestato in Cristo attraverso una condiscendenza infinitamente misericordiosa! Queste realtà fondamentali, che per i Fondatori di Cîteaux erano centrali, sembrano estranee a un’epoca la cui prospettiva è totalmente orizzontale. Siamo i figli di quest’epoca. Dobbiamo esserne sempre consapevoli.

Concentriamoci per un momento sui nostri Fondatori. Qual era la loro preoccupazione? Studiando la Regola di San Benedetto, si trovarono davanti a una legislazione sublime, esigente e bella, che avrebbe permesso loro di elevarsi al di sopra di se stessi, di cominciare ad acquisire la statura di Cristo e di offrirsi a Dio come sacrificio a lui gradito. Non si sono lasciati trasportare dall’esuberanza dei giovani “che sanno tutto”. Stefano Harding aveva quasi quarant’anni ed era un uomo di grande esperienza. Sapeva cosa significa perdere lo zelo buono e ritrovarlo. Quanto a Roberto, aveva settantuno anni, un’età eccezionale nell’Europa dell’XI secolo. Era stato superiore di tre comunità. Lui e il suo gruppo erano mossi dalla necessità di arrivare sempre più in alto, di dare sempre di più, consapevoli del loro impegno solenne e della dolce promessa di Dio, che si realizza in proporzione alla nostra generosità.

Al contrario, chi oggi accetta qualcosa come norma assoluta e vincolante? Quella che Benedetto XVI ha definito “la dittatura del relativismo” ha riconfigurato le nostre menti alla maniera delle dittature del passato. Non ci conformiamo alle norme, ma conformiamo le norme a noi stessi. Invece di elevarci con uno sforzo arduo verso norme trascendenti, le riduciamo alla nostra portata. Usiamo parole seducenti per descrivere ciò che facciamo. Diciamo di essere “ragionevoli” e “maturi”, di esercitare “libertà” e “responsabilità”, di rendere la vita più “umana”. In queste nozioni c’è una certa validità, ovviamente. La conseguenza diretta, tuttavia, è probabilmente una perdita di aspirazione e quindi una mancanza di attrattiva. Invece di rimanere nella vita monastica come in una realtà che promette di elevarci e trasfigurarci, rischiamo di piantare le nostre tende in pianura, organizzando la vita in modo confortevole, trovando nel comfort un’ampia compensazione al restringimento della prospettiva, a bassa quota.

Non voglio fare il moralizzatore. Né mi manca la compassione per le comunità o gli individui che possono essere stanchi e scoraggiati. So cosa vuol dire essere stanchi e scoraggiati! La fatica e lo scoraggiamento hanno rafforzato la mia convinzione: è solo rimettendo al centro della nostra vita l’esigenza della prospettiva verticale, riordinando la nostra vita attorno a questo asse teocentrico, che sperimenteremo una ripresa della vitalità.

Dobbiamo distogliere lo sguardo da noi stessi, non cedere alla tentazione di pensare che un monastero esiste per il bene della sua comunità. Un monastero non è fine a se stesso. È chiamato ad essere un segno della bellezza e della verità trascendenti di Dio nell’amore. «Guardare verso l’alto, non verso il basso» è la frase più breve dei Padri del deserto. È una parola da ricordare per il momento presente.

Alla luce di questa parola, possiamo anche leggere le esperienze di diminuzione. Il monastero è un rifugio per un gruppo di donne o uomini chiamati a testimoniare il Regno di Dio in un determinato luogo, in un determinato momento e per un determinato scopo. Una comunità è una cosa viva e organica. È normalmente nella natura delle forme di vita organica nascere, crescere, dare frutto e morire. San Benedetto ci esorta a «avere la morte davanti agli occhi ogni giorno». Questo richiamo vale sia per la nostra vita collettiva che per quella personale. Un rapido sguardo all’Atlante dell’Ordine Cistercense mostra il gran numero di luoghi in cui la vita è fiorita per una stagione e poi è finita. La nostra concezione dei monasteri come luoghi in cui si può vivere per sempre è romantica. La nostra patria è nei cieli. Dobbiamo distaccarci dai nostri affetti più cari, anche quando rappresentano valori spirituali. Nei Dialoghi delle Carmelitane di Bernanos, la Prima Priora pone questa domanda: «A che serve a una religiosa essere distaccata da tutto se non è distaccata […] dal suo stesso distacco?» Ciò che conta è la vita divina infusa in noi, il fuoco che arde nei nostri cuori, affinché possa essere trasmesso, in qualsiasi luogo, vecchio o nuovo, dove il Signore vuole che oggi risplenda la sua calda luce.

Il nostro Ordine è nato da una catastrofica distruzione, da un’esperienza di esilio. Dalla desolazione, Dio ha fatto nascere una nuova fecondità. Come è successo? A gennaio ho avuto la gioia di visitare l’Abbazia di Gethsemani. Ogni giorno mi fermavo davanti alla croce dei fondatori nel chiostro. I primi monaci l’avevano portata con sé da Melleray. Sulla croce c’è questa iscrizione: «Viva Gesù, viva la sua croce!» Vale a dire: «Che Gesù viva in noi, per mezzo di noi, qui in questo luogo; che la sua Croce si riveli qui come fonte di vita». Questo era l’unico e indispensabile bagaglio di cui i fondatori avevano bisogno per iniziare la vita monastica in quello che ancora era chiamato “il nuovo mondo”.

Di recente, mi sono imbattuto in una lettera di un altro monaco che era andato a vivere in un mondo ricco di civiltà antiche, ma che per lui era nuovo. Da Arunachala, in India, Dom Henri le Saux scrisse questa lettera alla sorella Thérèse, nel 1955. Era immerso in una cultura che non aveva alcun legame con la tradizione cristiana. Voleva conoscere gli eredi di quella cultura, ma si rendeva conto che il suo compito principale andava al di là del dialogo. Scriveva: «Ci vorrebbero dei santi monaci cristiani in mezzo a loro per far loro comprendere la santità del cristianesimo». E aggiungeva: «Se tu preghi bene, potrei ottenere forse dal Signore di essere uno di questi, perché questo è ciò che serve e ciò che gli indù sinceri mi chiedono: la santità».

Come monaco e ora vescovo, sono convinto che questo stesso imperativo sia rivolto a noi. Questo è il messaggio che desidero trasmettervi. Il Signore lascia che la nostra vita si svolga in un mondo di estrema incertezza e dubbio. La nostra missione è quella di rendere la nostra vita un sursum corda incarnato. Che Gesù viva in noi! Che possiamo manifestare il potere vivificante della sua Croce! L’esempio dei nostri padri ci ispiri un profondo amore per l’osservanza della Santa Regola, affinché, seguendo il loro esempio, «abbiamo – cito – un desiderio appassionato di trasmettere ai nostri successori il [nostro] tesoro di virtù, dono del Cielo, per la salvezza di un gran numero di persone in attesa» (Exordium Parvum, 1,16). Prego per le decisioni del Capitolo e vi assicuro la mia profonda stima e il mio affetto fraterno.

+fr. Erik Varden OCSO

Vescovo di Trondheim

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