Capitolo nella solennità di san Benedetto
di Madre Rosaria Spreafico
La tua Professione, Rachele, nel giorno della festa di San Benedetto, riporta tutte noi all’origine, al cuore del nostro carisma. Guardare al fondatore è riconoscere quel particolare accento con cui Cristo ci è venuto incontro ed ha parlato al nostro cuore.
Ogni santo, infatti, a partire dalla sua relazione personale con Cristo, diviene il riflesso di un aspetto particolare del Suo volto per tanti altri.
Nella vita di San Benedetto questo è molto evidente: è dalla solitudine dello speco, dal suo abitare con se stesso sotto lo sguardo di Dio, che è fiorito il cenobio, tanti cenobi, fino a riempirne l’Europa e ad essere per l’Europa stessa germe di rinnovamento. È come un allargamento progressivo che dal «tu per tu» di Benedetto con Dio si allarga nello spazio e nel tempo ed arriva fino al nostro Ordine, a noi, alle nostre fondazioni …
Anche noi in monastero sperimentiamo questo «allargamento»: nella vita monastica, soprattutto nella Liturgia, il nostro orizzonte si fa ampio, nel nostro cuore trovano posto tanti volti, esperienze, realtà vicine e lontane che entrano a far parte di noi, della nostra vita e della nostra preghiera.
Il tuo sì a Cristo e alla vocazione, che oggi sigilli con i voti, ti farà sperimentare sempre più questa «dilatazione del cuore», per usare le parole di san Benedetto. È un cammino che nella fedeltà vissuta ci strappa giorno dopo giorno al nostro egocentrismo e ci immette in una comunione che è quella della Chiesa.
Come avviene questo? Tutta la Regola è risposta a questa domanda. Si potrebbero sottolineare tanti strumenti della nostra conversatio: l’obbedienza, la preghiera, l’umiltà, l’ascolto, la vita fraterna, eccetera…
Vorrei però rispondere guardando all’esperienza stessa di san Benedetto e alla sua persona, come paradigmatica per ciascuna di noi.
Per prima cosa possiamo domandarci: perché ci affascina tanto San Benedetto?
Perché Benedetto è un uomo libero. È umano come noi, con le sue tentazioni e i suoi fallimenti, ma leggendo la sua vita ci colpisce come non si lasci fermare e scoraggiare da nulla, né dai potenti, come davanti al terribile Totila, né dalle difficoltà di vario genere che si trova ad affrontare nell’edificazione e nell’amministrazione dei monasteri che fonda.
Il segreto e la sorgente di questa libertà è racchiusa tutta qui: voleva piacere a Dio solo.
Quello che ci toglie la libertà è il cercare le lodi degli uomini, il porre la nostra consistenza nell’approvazione degli altri senza fermarci ad ascoltare la voce di Dio che parla nel nostro cuore.
Benedetto invece non ha avuto la preoccupazione di andare bene a tutti, lo vediamo per esempio a Vicovaro dove i monaci, non contenti della sua guida, volevano addirittura ammazzarlo, oppure nel caso del sacerdote Fiorenzo che lo odiava. Benedetto, anche nelle contrarietà, non è mai venuto meno a quella ricerca della sapienza, cioè della verità, e a quel desiderio che ha segnato tutta la sua vita. Voleva piacere a Dio solo, per questo era libero.
Qui si lega strettamente il secondo aspetto del nostro Patriarca che vorrei sottolineare: il rapporto personale con Dio, particolarmente evidente nei tre anni vissuti nello speco.
Questa relazione con Dio non è per Benedetto qualcosa di romantico, ma è fatta di lotta contro le tentazioni, di conoscenza di sé, di scelte di conversione (come quando si è buttato nei rovi).
Nella nostra immaginazione può capitarci di credere che il rapporto col Signore lo raggiungeremo una volta superate le fatiche, le cadute, la solitudine, il dolore…ma il nostro santo ci dimostra con la sua esperienza che non è così. Il rapporto col Signore non è solo alla fine, solo quando saremo finalmente perfette, solo quando avremo superato le nostre crisi, ma già dentro ad esse! È attraverso tutto quello che accade fuori e dentro di noi che il Signore ci viene incontro, interpella la nostra libertà e forma in noi un cuore nuovo.
Infine, il terzo aspetto su cui vorrei soffermarmi è che dall’esperienza dello speco, dal tu per tu di Benedetto col Signore nasce un carisma, quello benedettino, con una forte connotazione ecclesiale. Non un Ordine di eremiti, o una mistica individuale, ma un’esperienza di Chiesa: il cenobio.
Questo ci dice che il rapporto personale con Cristo e la comunione vanno insieme. È un’esperienza che potremmo definire eucaristica. Incontro con Cristo e comunione coi fratelli coincidono nell’esperienza della Chiesa; questo è il pilastro della visione e della spiritualità benedettina che è profondamente sacramentale: è la logica dell’Incarnazione.
Questo è l’aspetto che emerge anche dai due gradini dell’umiltà che hai scelto, Rachele: il V, l’apertura del cuore, che implica la fede nella mediazione dell’autorità, e l’VIII, che ci invita a fare solo quello che è prescritto dalla Regola e dall’ esempio degli anziani, che è riconoscere la sacramentalità della comunità.
Questo VIII gradino è uno di quelli che la mentalità moderna guarda con sospetto e fa fatica a comprendere. Ci sono vari modi in cui può essere guardata e fraintesa questa indicazione di san Benedetto. … (segue)
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