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900° anniversario di fondazione dell’Abbazia di Tiglieto: Omelia di Dom Lepori

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (A) – Tiglieto, 6 settembre 2020

 Letture: Ezechiele 33,1.7-9; Romani 13,8-10; Matteo 18,15-20

Per commemorare il 900° anniversario della fondazione di questo primo monastero cistercense in Italia, le letture di questa Domenica calzano a pennello, perché ci parlano di vigilanza, di amore fraterno e di unità nella preghiera grazie alla presenza in mezzo a noi di Gesù Cristo. Per cosa esistono infatti i monasteri se non per assicurare nella Chiesa e per il mondo un ministero di sentinelle e per creare luoghi di vera comunione nella carità fraterna e nella preghiera, cioè luoghi in cui si accoglie dallo Spirito Santo il dono e la responsabilità di tener viva nella storia della Chiesa la grazia della prima comunità cristiana, quella che il dono della Pentecoste nel Cenacolo di Gerusalemme ha formato e animato.

Per questo mi sembra importante che all’occasione di questo giubileo di Tiglieto cerchiamo di rinnovare alla luce della parola di Dio la coscienza di cosa significhi vigilare, amare fraternamente e pregare, così come Gesù ci chiede e dona di farlo.

“O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa di Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.” (Ez 33,7)

L’esortazione di Dio al profeta Ezechiele ci rende attenti ad un aspetto essenziale della vigilanza che spesso rischiamo di trascurare. La sentinella di Dio non è tanto colui che scruta ciò che accade o sopravviene, ma chi veglia nel silenzio per cogliere la parola che Dio rivolge al suo popolo. È una sentinella che veglia più con le orecchie che con gli occhi.

Come non pensare alla prima parola della Regola di san Benedetto: “Ascolta, o figlio!” (RB Prol. 1), e come non pensare alla sua insistenza sul silenzio e sulla meditazione della parola di Dio. Dio parla, Dio avverte. La sua Parola non manca mai. Ciò che viene spesso a mancare in noi, ma anche in certe epoche storiche come forse la nostra, è l’ascolto, il silenzio attento alla voce di Dio, il cuore attento a cogliere il minimo cenno della volontà del Signore su di noi e su tutto il popolo cristiano e umano.

Il silenzio che ascolta e medita la parola di Dio è un grande servizio che siamo chiamati a rendere a tutto il popolo di Dio, a tutta l’umanità. Perché quando non si ascolta il Signore, si è disorientati, abbandonati come carovane perdute nel deserto che non sanno più dove vanno e quindi non sono coscienti del senso di ogni passo, faticoso o lieto, che il cammino della vita e della storia ci chiede.

Quando ascoltiamo il silenzio di luoghi come Tiglieto, capiamo che i primi Cistercensi erano coscienti che un monastero dovrebbe sempre essere, per usare un’altra bella immagine della Regola, un “orecchio del cuore” (Prol. 1) per il Corpo di Cristo che è la Chiesa. La crisi della vita monastica, e della vita religiosa in generale, oggi come sempre, non viene da una mancanza di vocazioni, perché sarebbe come se accusassimo Dio di non chiamare, e quindi di non parlare. Viene da una mancanza di ascolto, di vigilanza nel silenzio che permetta alla parola di Dio di diventare avvenimento, vita, incarnazione di Cristo nel mondo.

Ezechiele, nella lettura che abbiamo ascoltato, specifica che la parola di Dio che la sentinella deve ascoltare è spesso una parola che vuole raggiungere l’uomo perduto, magari anche “malvagio”, perché si converta e viva. La sentinella non è chiamata solo ad ascoltare la parola di Dio, ma anche a trasmetterla. La sentinella è responsabile verso Dio di trasmettere la verità che riceve. E la verità è una parola di vita necessaria per essere salvati con libertà, una parola che provoca la libertà a scegliere fra la vita e la morte, fra la salvezza e la dannazione. La parola di Dio desta la libertà umana per permetterle di scegliere la vita eterna. Dio non comanda mai contro la nostra libertà, ma per attivarla, per renderla responsabile.

Ma qui tocchiamo il secondo punto che caratterizza la vita di una comunità cristiana e monastica: l’amore fraterno. Ne parla san Paolo nella seconda lettura dalla lettera ai Romani, ma anche e soprattutto Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato.

“Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge (…). La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità” (Rm 13,8-10).

Cos’è la Legge se non appunto la parola di Dio che vuole essere accolta dalla vita per renderla vera, bella e felice?

San Paolo ci fa capire qui una cosa importante: che la carità è il miglior modo di trasmettere la parola che Dio sussurra alla sentinella nel silenzio dell’ascolto. La parola vera e buona di Dio non si trasmette strombazzando giudizi e condanne, ma amando le persone, soprattutto quando l’altro ha effettivamente bisogno di essere raggiunto da una parola che lo corregga e converta.

Ma è soprattutto Gesù che ci aiuta a capire la natura di questo amore fraterno che dovrebbe sempre rimanere acceso nelle comunità cristiane come un fuoco. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello” (Mt 18,15).

Notiamo anzitutto una parolina che ci può sfuggire, ma che è molto importante: la parola “Va’!”. Gesù ci chiede di andare dal fratello, ci manda dal fratello. La correzione fraterna tesa alla riconciliazione è una missione a cui Cristo ci chiama. La riconciliazione fraterna, cioè la ricerca della comunione con l’altro alla luce della parola di Dio, è il cuore della vocazione e missione cristiana. Come guarderemmo con occhio diverso tutti i nostri rapporti se fossimo coscienti che la comunione con le persone che ci sono date è la vocazione in cui seguiamo Cristo nel suo amore e la terra di missione permanente a cui siamo inviati. Una terra di missione vicinissima, eppure a volte tanto lontana dal nostro cuore, perché il fratello o sorella che ci ha fatto del male, o a cui abbiamo fatto noi del male, è spesso lontanissimo dal nostro cuore, dal nostro amore…

È anche questo un aspetto fondamentale del segno che ogni comunità monastica dovrebbe essere nella Chiesa: un luogo cioè in cui la comunione fraterna sia la missione prioritaria che rinnova quotidianamente la vocazione.

Questa missione è comune, perché spesso essa è superiore alle forze e alla libertà di un individuo. Infatti, Gesù ci chiede in questo Vangelo di farci aiutare da altri membri della comunità e poi dalla comunità tutta se da soli non riusciamo a compiere la missione di ristabilire la comunione con il nostro fratello.

Una comunità non è fraterna se la riconciliazione anche solo di due fratelli in disaccordo non diventa preoccupazione e sollecitudine comune, una ferità che fa sanguinare tutti.

Ma questa sollecita coscienza comunitaria non è solo questione di buona volontà: è il frutto di una consapevolezza profonda del mistero di Cristo presente in mezzo a noi per fare della comunità cristiana il suo vero Corpo.

Questa consapevolezza è alimentata dal terzo aspetto della vita monastica e cristiana che le letture di oggi ci aiutano ad approfondire: la preghiera comune.

“In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.” (Mt 18,19-20)

La preghiera comunitaria, che può esprimersi anche solo con due persone, Gesù ce la rivela come la Sua preghiera in mezzo a noi. Gesù ci promette la sua presenza che ottiene tutto dal Padre. Cristo si rende sempre presente nel mistero della Chiesa come Figlio che ama il Padre ed è dal Padre amato, nello scambio dello Spirito della loro eterna Comunione. Chi si unisce alla presenza di Cristo, ottiene tutto, perché aderisce a Colui al quale il Padre dona tutto Se stesso.

La preghiera ecclesiale è un grande mistero trinitario che la misericordia di Dio ha legato al filo della nostra così povera e fragile unanimità fraterna. Ma questo dimostra che non siamo noi a dare qualità e forza alla nostra preghiera, bensì Dio stesso che si piega fino a terra per ascoltarci, donandoci il suo Figlio incarnato fino alla morte e alla morte di Croce.

All’ascolto della sentinella che fa silenzio per ascoltare e trasmettere la parola di Dio, corrisponde l’ascolto del  cuore di Dio teso alla flebile mendicanza dell’uomo, di tutta l’umanità. Dio ci parla per primo, ma anche si affretta ad ascoltarci. Basta essere due o tre, basta un minimo di comunione nella mendicanza, nella fede, nella povertà delle mani vuote offerte al Padre attraverso il Figlio.

Fa impressione pensare a tutto questo oggi e in questo luogo di Tiglieto. Potremmo pensare, come per tantissimi altri monasteri abbandonati nel corso della storia, che qui la vocazione e missione monastica si siano arrestate. Eppure, è come se questi luoghi custodissero un silenzio, una povertà, un’anima, che ci aiutano tutti a ritrovare la nostra vera e profonda vocazione di sentinelle dell’ascolto, di fratelli e sorelle della riconciliazione e di mendicanti di misericordia per il mondo intero.

Fr. Mauro-Giuseppe Lepori Abate Generale OCist

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