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Problemi sollevati dall’applicazione di Cor Orans

Conversazione-intervista con sr. Mariangela Santucci – OCM

Domanda – Suor Mariangela, da tempo cerchiamo in queste pagine di interrogarci sulla situazione di emergenza che tutti viviamo e soprattutto di approfondirne sia le cause sia le possibili opportunità. Vorremmo riprendere un brano di una sua lettera pubblicata in Marzo, che merita di essere approfondita, perché forse il contenuto non è scontato per tutti, può essere anche discutibile e comunque apre una discussione:

Le Visite Canoniche o Apostoliche che siano, possono e debbono essere gestite in tutt’altro modo. Cor Orans parla di un processo, parla di un aiuto, parla di commissioni da istituire. È possibile, non solo, è prescritto, è doveroso. Perché troppo spesso non si fa? É possibile farlo, è stato sperimentato, è l’iter giusto. Non possiamo dire: non è la mia congregazione. Non possiamo dire: non è la mia sorella. Sono tutte nostre Sorelle.

Di quali visite Canoniche parla in questo brano?

Risposta – Evidentemente posso parlarne soltanto in generale, perché una Visita Canonica è qualcosa di riservato, una vista compiuta dall’autorità ecclesiastica competente rivolta a una determinata comunità, dunque se ne abbiamo informazioni si tratta di informazioni confidenziali. Tuttavia parlavo di fenomeni che si moltiplicano e sono, nelle conseguenze almeno, sotto gli occhi di tutti.

D – Per esempio?

R – Guardi, il fare degli esempi solleva scrupoli, d’altra parte è anche per questo che interventi che lasciano molto perplessi vengono coperti da un silenzio omertoso o pusillanime.

D – Capisco, lo scrupolo più giusto è in genere quello che verte sulla discrezione: una comunità, una superiora, non desidera essere messa sulla bocca di tutti: anche quando la si vuole difendere da accuse false, spesso il clamore mediatico si rivolge contro la comunità in oggetto: il famoso “se dicono così, qualcosa di vero pur ci sarà” … “se hanno preso questo provvedimento vuol dire che …” e così via. Non si vuole essere infamati, non si vogliono accusare persone che hanno autorità nella Chiesa, non rimane che tacere.

R – Giustissimo. Partiamo perciò da un oggettivo, la legge, e da quello che si può dire in generale, in base a molte esperienze, a proposito dei rischi che la sua applicazione presenta.

D – Partiamo da Cor Orans?

RCor Orans è indubbiamente un documento di valore. Quello cui il suo autore principale, il compianto Padre Sebastiano Paciolla, teneva maggiormente, era proprio la cura posta nel processo suggerito per venire in aiuto – sottolineo: venire in aiuto – alle comunità in difficoltà. Certamente egli intendeva l’istituto della Affiliazione come un aiuto, come un sostegno dato alla comunità affiliata perché potesse avere l’occasione di riprendersi – o quanto meno di vivere decorosamente fino alla fine naturale.

D – E quante volte lo abbiamo sentito sottolineare che i criteri per valutare la debolezza di una comunità debbono essere rettamente applicati! Che non bisogna guardare puramente al numero, che una comunità piccola, relativamente giovane, vivace nel suo vivere e presentare il carisma e capace di portarlo avanti in tutti i suoi aspetti poteva essere molto più vitale di altre comunità di maggiori dimensioni!

R – Non solo; l’aspetto più importante e innovativo era a mio parere la costituzione di una commissione il cui ruolo fosse quello di un aiuto al discernimento sulla situazione e su quello che realisticamente si può fare per risollevarla. Conosco Ordini Monastici in cui questa pratica era largamente e utilmente impiegata ben prima di Cor Orans; utilmente perché questo avveniva nella carità fraterna. L’Ordinario proponeva fraternamente alla superiora (o al superiore) della comunità interessata di fare un cammino insieme mediante una commissione comprendente: prima di tutto il superiore(a) della comunità stessa, l’Ordinario o un suo delegato, un membro del consiglio generale, eventualmente altri Abati/Badesse di fiducia, che conoscessero la comunità, o esperti nel campo che poteva essere ritenuto debole, ad esempio l’economia. Il compito di queste commissioni era sia di sostenere e orientare gli sforzi del superiore/a locale, sia di promuovere un dialogo con la comunità, per prendere coscienza dei problemi e affrontarli nel modo giusto. Alla comunità era poi lasciata la decisione finale. Sono certa che Padre Sebastiano conosceva queste esperienze e vi si ispirava. Ovviamente si tratta di processi lunghi e anche faticosi.

DCor Orans si discosta da questo spirito? Oppure il problema si situa solo al livello della applicazione?

R – Certamente una retta, coscienziosa applicazione della legge, fatta in spirito di aiuto fraterno animato unicamente da una carità illuminata e responsabile, potrebbe essere risolutiva. Ma sappiamo che non si può pretendere l’ideale o la perfezione e dunque è importantissimo che la legge non contenga falle, o trappole, o anche suggerimenti più che rischiosi.

D – Ad esempio?

RCor orans rimanda, costantemente, ogni decisione alla Santa Sede. Fa parte di quel processo cui tutti assistiamo, sia pure in mezzo alla confusione dei clamori sinodaleggianti. Anche in questo campo, è subito detto: “Alla Santa Sede in questi casi spetta valutare l’opportunità di costituire una Commissione ad hoc…” (C.O.56). Ma come può la Santa Sede valutare la situazione di ogni comunità?

D – Evidentemente dovrà basarsi sul parere della Presidente, o chi per lei, oppure dell’Ordinario… dunque non equivale a lasciare il potere a coloro cui veramente compete?

R – Certamente, si baserà sul loro parere. Ma ben diverso se dicesse che loro stessi decideranno: poi dovranno assumersi le conseguenze di ciò che hanno fatto, esserne responsabili. Il fatto di rimandare ogni cosa, costantemente, esplicitamente, alla Santa Sede produrrà l’effetto opposto.

D – Cioè?

R – Guardi: abbiamo visto processi di soppressione portati avanti dalla Presidente invocando ad ogni passo la decisione della Santa Sede, la quale, d’altro canto, rispondeva di dover rispettare il parere della Presidente. Io capisco che le situazioni possono essere complesse, ma questo modo di procedere non aiuta nessuno, non costruisce esperienza, non ci aiuta a maturare come Chiesa.

D – Lei prima parlava di possibili punti deboli nella legislazione; ovviamente, anche le leggi sono sempre perfettibili e da valutarsi attraverso l’esperienza. A che cosa alludeva ancora?

RCor orans, al capitolo I, par. 15, nella definizione stessa di monastero sui iuris, estremamente essenziale e concisa: casa autonoma, dotata di superiora maggiore, comunità stabile, sede di noviziato, personalità giuridica pubblica, conclude: e i suoi beni sono beni ecclesiastici. Ora, questa dichiarazione lapidaria, inserita nella definizione stessa di monastero, mentre prima era relegata in un luogo ben più secondario della legislazione, alla luce di tutte le facilitazioni a una veloce soppressione che il documento fornisce, acquista un suono sinistro. Di fatto, si sta assistendo a un movimento massiccio di soppressioni a catena e nessuno nasconde che fra le cure raccomandate vi sia quella del “recupero” di beni ecclesiastici, perché non rischino di essere travolti dall’indebolirsi e degradarsi delle comunità. Ora, non vogliamo dire che la cura dei beni non sia legittima; ma la cura delle persone, la cura dei carismi, viene prima.

D – Di fatto, come vanno le cose?

R – Ancora una volta, non si può generalizzare; ma è pur vero che abbiamo assistito a soppressioni veloci, immotivate almeno quanto ai metodi e alla fretta e sostanzialmente violente – ovvero non rispettose della decisione legittimamente fondata della comunità. Era difficile trovare altre motivazioni di questa fretta che non la preoccupazione dei famosi “beni”, sia economici sia in personale …

D – …E alla fine?

R – Alla fine la comunità è stata soppressa e dispersa, con grave scandalo del popolo cristiano. E i beni … in alcuni casi sono ancora invenduti!

D – Lasciamo ogni commento. Ma penso che l’argomento non sia completo, dovremo ritornarvi.

 

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Pubblicato il Riflessioni, Testimonianze

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